SAN VENANZO

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EPOCA PREISTORICA

Schermata-2015-04-22-alle-11.50.34Le origini di San Venanzo possono essere fatte risalire a circa cinque milioni di anni fa, successive all’avvento di una fase tettonica compressiva, la quale spingendo da Sud Ovest verso Nord Est fece emergere le prime terre dal mar mediterraneo andando a formare la dorsale allungata della catena appenninica. Fu solo nella successiva fase distensiva, a circa un milione di anni di distanza, che si affianco alla struttura appenninica una vasta fascia parallela antiappenninica, dando vita ad estese aree depressive che caratterizzano la grande variabilità geologica dell’Umbria. In sostanza è largamente noto che nel Piocene, a seguito delle vicende tettoniche ricordate sopra, a caratterizzare il territorio umbro fu la grande conca del Lago Tiberino.
Questa estesa superficie lacustre aveva la forma di una Y rovesciata che da Città di Castello si orientava in direzione NO-SE e, all’altezza di Perugia si biforcava, a causa dei Monti Martani, nei due rami della Valle Umbra Sud fino a Spoleto e della Media Valle del Tevere fino a Todi dove il ramo SO della Y rovesciata si incassava nella struttura del Peglia attraverso la strozzatura del Forello e del Lago di Corbara fino alla confluenza del Tevere e del Paglia. La dorsale di questo tratto, contraddistinta dall’allineamento Città della Pieve – Monte Peglia costituiva in realtà il vero confine tra l’ambiente lacustre e quello continentale. Peccato che l’uomo non fosse ancora presente, dal Peglia infatti avrebbe goduto per molte migliaia di anni di una bellissima vista lago. E non ebbe spettatori umani neanche la straordinaria e singolare eruzione che in anni molto più recenti, si fa per dire, diede luogo 250.000 anni fa alla conformazione geologica dell’attuale colle di San Venanzo. A scoprirlo per primi furono, alla fine dell’ottocento, gli studi del Senatore del Regno Eugenio Faina i quali appurarono che la fuoriuscita del magma infuocato dalle viscere della terra avvenne, al termine di un lungo cuniculo, secondo tre diverse diramazioni e altrettante bocche vulcaniche sparando il tappo di quella principale sulla sommità del suo cratere. L’aggressione dei successivi agenti esogeni e lo svuotamento del piccolo lago che per secoli dovette occupare il cratere del vulcano, ormai spento, modellarono l’aspetto definitivo del colle su cui, con alterne vicende, si intreccerà molto più tardi, alla fine dell’era glaciale, la storia dei popoli e delle civiltà originate dalla comparsa dell’uomo di Neandertal e dall’incontro, che per lui si rivelerà letale, con l’Homo Sapiens proveniente dal continente africano.


EPOCA ETRUSCO ROMANA

Schermata-2015-04-22-alle-11.55.58Molti sono i resti ( buccheri, bolli, ceramiche….) rinvenuti nei siti archeologici della dorsale Civitella dei Conti – San Venanzo – Poggio delle Civitelle e custoditi nel locale Museo Vulcanologico testimoniano la presenza di insediamenti umani sul Peglia già nei primi secoli a. c. ed è molto plausibile che nel periodo di massimo splendore della città etrusca di Velzna e della sua successiva trasformazione in Urbe Vetus, scaturita dalla dominazione romana, il territorio sanvenanzese abbia svolto, proprio per la città di Orvieto, una preziosa funzione di avamposto collinare per il controllo del traffico di olio, vino, armi e terrecotte verso il versante del perugino e del Trasimeno. Questo determinò la nascita di un vero e proprio corridoio di confine che si arricchì nel tempo di castelli e fortificazioni e favorì, fra l’altro, anche la diffusione del cristianesimo come testimonia la storia dello stesso Santo Venanzio martire. La tradizione vuole che il giovane soldato romano, costretto a fuggire per la sua adesione ai principi della religione cristiana, trovo rifugio nelle campagne locali dove operò il miracolo della fonte d’acqua fatta sgorgare da una roccia e finì per dare il proprio nome al castello stesso.
Fu così che, nella seconda metà del primo secolo d. c. ,il percorso così definito venne a far parte del famoso Corridoio Bizantino lungo il quale gli stessi eredi del grande Impero Greco-Romano, già possessori di molte terre intorno a Roma, mantennero la principale via di fuga per il collegamento con i possedimenti di Ravenna e Venezia. La via offriva di fatto un ideale riparo allo strapotere dei Longobardi i quali, con il granducato di Spoleto, sorvegliavano il proprio dominio sull’altra sponda del Tevere. La dorsale preappenninica del Peglia venne cioè a costituirsi come un percorso più sicuro e protetto su cui si innescava la naturale prosecuzione della Via Amerina. Muovendosi lungo il tratto collinare di Castel dell’Aquila, Avigliano Umbro e Montenero, una volta attraversata la città di Todi, l’importante arteria si biforcava infatti, all’altezza di Fratta Todina, tra un ramo est che proseguiva verso Perugia,Gubbio e la Flaminia e un ramo ovest che, al riparo dei castelli di Collelungo, Rotecastello, San Venanzo, Pornello, Montegiove, Montegabbione, Monteleone e Città della Pieve arrivava fino a Chiusi e si riapriva la via di prosecuzione verso il mare Adriatico lungo la direzione Cortona, Gubbio e Fano schivando di fatto, a sinistra i Longobardi della Tuscia e a destra quelli del Ducato di Spoleto. Non meraviglia perciò che gli eserciti dei Franchi di Carlo Magno prima e di Federerico Barbarossa poi abbiano di fatto percorso più o meno la stessa strada lasciandone evidenti segni.


EPOCA MEDIEVALE

Schermata-2015-04-22-alle-12.14.31Molto più documentato e visibile è invece il ruolo svolto dal castello di San Venanzo nel periodo Medioevale e nell’Alto Medioevo insieme a quello dei castelli di: San Vito, Poggio Aquilone, Civitella, Rotecastello, Collelungo e Ripalvella i quali segnarono uno spartiacque perennemente conteso fra le rivali dominazioni di Orvieto, Marsciano, Perugia e Todi. I primi documenti scritti che riguardano il castello di San Venanzo li ritroviamo nel Codice Diplomatico della città di Orvieto a partire dal 1200. Se del periodo etrusco-romano restano solo poche tracce, molto più documentato e visibile è invece il ruolo svolto dal castello di San Venanzo nel periodo Medioevale e nell’Alto Medioevo insieme a quello dei castelli di: San Vito, Poggio Aquilone, Civitella, Rotecastello, Collelungo e Ripalvella i quali segnarono uno spartiacque perennemente conteso fra le rivali dominazioni di Orvieto, Marsciano, Perugia e Todi. I primi documenti scritti che riguardano il castello di San Venanzo li ritroviamo nel Codice Diplomatico della città di Orvieto a partire dal 1200. Da un atto del 1295 risulta ad esempio che la popolazione rifiutò di eleggere a proprio amministratore il Visconte designato da Orvieto. Altri atti testimoniano che nel 1348 il castello fu abbandonato in seguito alla mortale epidemia di peste che flagellò l’Europa intera e che ci vollero alcuni anni perché la popolazione tornasse a celebrare i riti sacri nella chiesa di Santo Venanzio Martire e a ripopolare il castello con la ristrutturazione delle case devastate. E’ molto probabile quindi che risalga a quell’epoca anche la costruzione della chiesina fuori le mura in onore di San Rocco. E’ documentato infatti che il santo, miracolosamente guarito dal contagio ed invocato con grande devozione come protettore contro l’epidemia nel suo incessante pellegrinaggio lungo l’intera penisola, abbia lasciato tracce del suo passaggio anche nella vicina Acquapendete. Fonti storiche certe testimoniano infine che dal 1394 San Venanzo fu feudo di Monaldo Monaldeschi e che nel 1437 il Castello, dopo l’ennesimo rifiuto di adempiere ai propri doveri fiscali, venne totalmente distrutto “ ob rebellionem contra SDN, contra totam patria et contra civitatem”.


DALL’ALTO MEDIOEVO ALLO STATO PONTIFICIO

Schermata-2015-04-22-alle-12.18.44Nel successivo periodo dell’Alto Medioevo il castello venne riedificato e restituito alla sua funzione di presidio territoriale ma rafforzò anche la propria economia estendendo la coltivazione dei terreni agricoli circostanti. Mentre si cominciavano a sperimentare i primi contratti di mezzadria, la popolazione aveva infatti necessità di continuare a risiedere per sicurezza all’interno delle mura.
Fu così che, per regolare l’accresciuta vita sociale del borgo, fu necessario ricorrere verso la fine del XV° secolo alla promulgazione di appositi Statuti. Un Visconte nominato dal Comune di Orvieto ne era garante dell’osservanza in nome del Governo Orvietano ancora retto dalla potente famiglia guelfa dei Monaldeschi i quali, usciti vincitori dalla sanguinaria lotta trecentesca con i rivali Filippeschi, rafforzarono e mantennero per un lunghissimo periodo il proprio potere come strenui difensori e fedeli mandatari dello stato pontificio.




SAN VENANZO IN EPOCA MODERNA

Se il periodo medievale aveva contrassegnato le sorti del Castello di San Venanzo come strettamente legate alle continue tasse e vessazioni imposte dal sostanziale immobilismo dello Stato Pontificio, nella prima metà del settecento un’altra grande Famiglia, quella dei Faina, irrompe all’improvviso nella vita del Castello di San Venanzo apportando sconvolgenti cambiamenti all’economia del territorio e mettendo però di fatto le basi per la distruzione del castello medesimo. Dal capostipite Filippo (fine XVII secolo) imprenditore edile originario di Montegabbione,all’avido Angelo(1759-1843), al lungimirante Venanzo(1787-1868) un’accorta strategia di matrimoni di interesse si trasformò in seguito in una mirata politica di investimenti per l’acquisto di terreni agricoli, praticamente a prezzo di svendita, dallo Stato Pontificio per renderli poi fertili e produttivi con grandi opere di bonifica. Tutto questo consentì ben presto ai Faina di acquisire il titolo nobiliare di Conti (1848) e di ottenere con il Conte Zeffirino Faina(1826-1917) prima la mano della nipote di Napoleone Luciana Bonabarte Valentini e poi il titolo di senatore del Regno d’Italia in virtù dei meriti patriottici acquisiti nelle lotte risorgimentali del 1859 a Perugia. Al nipote Eugenio Faina(1846-1926), figlio del fratello Claudio(1812-1874) ucciso dai briganti, si deve invece la bonifica delle tenute di Spante e San Venanzo e le grandi innovazioni messe in atto insieme allo Zio con l’introduzione dei primi vigneti sperimentali, la fondazione della Facoltà di Agraria di Perugia e la diffusione sul territorio nazionale delle scuole agricole Faina.


SAN VENANZO…

Il territorio del comune di San Venanzo si estende su un’area di circa 169 km², alle pendici del Monte Peglia, a 465 m s.l.m.
Dal punto di vista geografico, è situato nella parte occidentale dell’Umbria, zona poco abitata che ne risalta l’aspetto quasi totalmente incontaminato del paesaggio.
Marsciano è il centro abitato più vicino di maggiore rilevanza, il quale si trova a 10 km di distanza in direzione Nord /Est; mentre la città di Orvieto si trova a ben 37 km di distanza verso Sud/Ovest; verso Sud/Est vi è la città di Todi e ad Ovest a circa 25/30 km troviamo i vari paesi dell’Alto Orvietano (Ficulle, Fabro, Montegabbione, Monteleone d’Orvieto e Piegaro).
Il nome deriva da Venanzio o Venanzo, nobile romano convertitosi al cristianesimo che subì il martirio sotto l’imperatore Decio ed è venerato dalla chiesa cattolica come santo e martire. Le sue reliquie sono custodite nella cattedrale di Camerino, la città dove il Santo nacque. La leggenda racconta che Santo Venanzio, di ritorno da Roma con appesa al collo la sua condanna a morte, si sia fermato nelle vicinanze del paese, del quale si stavano costruendo le prime case. Per far abbeverare i cavalli dei soldati che lo avevano in custodia, trafisse con una spada la roccia sopra la quale un cavallo aveva appoggiato la zampa e dalla fessura sgorgò acqua. Tuttora nel paese di San Venanzo si ricorda questo avvenimento celebrando una messa la domenica precedente il 18 maggio presso l’edicola costruita nelle vicinanze della sorgente che sgorga lungo il corso del torrente Faena. Il luogo viene chiamato “Traccio di San Venanzo” per il fatto che nella roccia sembra essere impressa l’orma di un cavallo.
Da visitare, a San Venanzo, la grande Torre che domina il paese, resto del castello medievale, la chiesa della Madonna Liberatrice, dove è conservata una tavola della scuola del Perugino, villa Faina, edificio storico nel cuore del capoluogo.
La ricchezza di San Venanzo risiede, come prima accennato, nel suo ambiente naturale incontaminato, tra i più suggestivi della regione. Di grande interesse naturalistico il Parco dei Sette Frati, situato in prossimità della cima del monte Peglia: l’area verde ospita una riserva faunistica protetta ed il centro di documentazione ambientale del Monte Peglia.
In questa zona, 265mila anni fa, era attivo uno dei 3 vulcani ‘bonsai’ identificati da studi recenti, che hanno permesso di sviluppare anche il filone del turismo didattico-ambientale con l’apertura del Parco e Museo Vulcanologico. Il Museo, attivo dal 1999, è un punto di riferimento per studenti e studiosi che vogliono approfondire lo studio delle rocce ignee, del metamorfismo e delle forme del vulcanismo. Perla del Museo è la venanzite (da cui molti fanno derivare l’origine del nome), roccia vulcanica unica al mondo nel suo genere che può essere visualizzata in loco in un’antica cava che è il fulcro del Parco Vulcanologico, vero e proprio museo all’aria aperta.
L’interesse didattico-scientifico del territorio è testimoniato anche dai reperti rinvenuti durante gli scavi archeologici a Poggio delle Civitelle. Il materiale ritrovato conferma la presenza degli Etruschi ed avvalora l’ipotesi che Poggio delle Civitelle fosse un avamposto difensivo per Orvieto, con all’interno una fabbrica di armi, vista la grande quantità di materiale ferroso scoperta nel sito.
Nei dintorni, il territorio è disseminato da una miriade di torri e castelli medievali diffusi nelle frazioni di Rotecastello, San Vito in Monte, Pornello, Ripalvella, Poggio Aquilone, Civitella dei Conti, Collelungo, con anche il Santuario della Madonna della Luce, ed Ospedaletto, area di richiamo turistico per le sue pinete.


CURIOSITÀ E LEGGENDE POPOLARI

Schermata-2015-04-22-alle-12.27.23Un’attenta analisi dello stemma del Comune di San Venanzo ci consente di notare la presenza di: un’aquila con gli artigli ben piantati sulle torri di un castello incastonato all’interno di uno scudo con una corona signorile in capo e racchiuso in basso fra un ramo di quercia e uno di ulivo. L’interpretazione di tale simbologia basata sul tradizionale significato dell’Araldica classica ci svela che: . l’AQUILA sta a raffigurare la potenza feudale, la CORONA il dominio da parte di una nobile signoria, . il RAMO DI QUERCIA rappresenta forza, coraggio, virtù, perseveranza, il RAMO DI ULIVO sta infine a significare un chiaro richiamo alla pace. Ora, sulla base di un ragionamento logico è lecito pensare che la scelta dell’Aquila possa derivare, per esempio, da un riferimento esplicito all’aquila imperiale delle truppe del Barbarossa del cui passaggio rimane testimonianza più accreditata nel vicino Poggio Aquilone. Oppure quell’aquila potrebbe essere la testimonianza della sua più autentica e lunga storia feudale durante la quale il Castello di San Venanzo crebbe e prosperò sotto il dominio della potente famiglia dei Monaldeschi di Orvieto a partire dall’inizio del 1300 fino alla fine del 1600. San Venanzo e tutti gli altri Castelli dell’Alto Orvietano, situati nel versante nord – est del Peglia, furono infatti governati da almeno uno dei discendenti di quella famiglia guelfa e, guarda caso, il simbolo sembra una copia fedele del sigillo medievale utilizzato dal Comune di Orvieto. E’ assodato infine che l’aquila in questione non si riferisce comunque a uno dei quattro diversi rami in cui i Monaldeschi si divisero a seguito di feroci faide interne dopo la morte del potente Ermanno. San Venanzo appartenne infatti ai Monaldesci della cervara e questo esclude qualsiasi collegamento con il fatto che, insieme a quelli del cane, della vipera e del cervo ci sia per esempio anche quello dell’aquila. L’avere messo in campo queste argomentazioni, non suffragate da prove documentali è pertanto solo un tentativo di fornire un ventaglio di possibili spiegazioni che si sforzano quantomeno di suggerire delle motivazioni plausibili sulle scelte postume effettuate di chi li adottò.

Schermata-2015-04-22-alle-12.27.47Sull’orma di racconti, la cui attendibilità è legata a narrazioni più o meno fantasiose tramandate dalla tradizione popolare nella sanguinosa rivalità fra i diversi rami della famiglia Monaldeschi ci piace ricordare almeno due aneddoti: Nel 1351 i Monaldeschi della Cervara (cervo) fecero catturare un giovane del ramo della vipera sospettato di insidiare una ragazza della propria fazione, lo uccisero brutalmente nei sotterranei del Castello di Torre Alfina e ridussero poi il suo corpo in pezzi così piccoli da farne cibo per i falconi. Un altro episodio delle lotte fratricide fra i Monaldeschi riguarda quello per i continui furti di bestiame fra Corrado Monaldeschi e Pietro dell’Angus la cui appendice ( angus = serpente) tradisce l’appartenenza al ramo della vipera già presente nel territorio come dominatori del castello di Pornello. Nel poemetto di Luciana Bonaparte che narra le gesta della “Bella Imperia” (Imperia di Montemarte, vedova di Corrado fu reale signora di Collelungo intorno al 1450 ed è tramandata dalla leggenda come fantasma dello stesso castello), l’irascibile Corrado va fuori di sé alla vista del cadavere insanguinato del fido scudiero inviato a Pietro per chiedere conto dei furti e si vendica costriNgendo l’odiato consanguineo alla fuga e dando alle fiamme il di lui maniero di Castelvecchio.
Alla dinastia dei Conti Faina va grande merito di tutte quelle opere per le quali ai riconoscimenti internazionali, seguirono poi: un grande arricchimento della famiglia i cui possedimenti si estendevano da Perugia fino alla maremma toscana, la scalata per il controllo di Banche e seggi politici e, da ultimo, la sfrenata ambizione di dotarsi di una prestigiosa villa di nuova concezione all’altezza dell’aquisito ceto nobiliare. Il Conte Eugenio una volta divenuto anch’esso senatore,se ne fece carico con grande determinazione ed orientando opportunamente le delibere del Consiglio Comunale che aveva già abbattuto le due porte di accesso al paese, nel giro di circa otto anni riuscì nell’intento di: impossessarsi della parte dominante del castello, abbattere quasi per intero le mura di cinta e le abitazioni, costruire all’esterno una scuderia con il maneggio per cavalli e le casette per gli operai, demolire la vecchia chiesa per farne un laghetto e favorirne la costruzione di una nuova nella parte più bassa, allargare la base dello spazio interno con la costruzione delle cantine e racchiudere infine entro una recinzione il nuovo palazzo di stile ottocentesco, la serra, i giardini della villa così come la vediamo oggi svettare sul vero e proprio orto botanico del boschetto sottostante.

I BORGHI